Eruzione Etna 1983: è rimasta tra le più memorabili dell’epoca moderna di quello che, tutt’oggi, è uno dei vulcani più attivi al mondo.

L’Etna, un sorvegliato speciale data la sua storia millenaria di eruzioni, continua a rimodellare il paesaggio senza sosta e a mettere alla prova l’ingegno umano.

Nonostante sull’Etna non ci sia un elevato rischio vulcanico rispetto a molti suoi colleghi vulcani in giro per il globo, alcune eruzioni più di altre hanno minacciato seriamente i centri abitati limitrofi e non solo.

Tra gli eventi più significativi della storia recente del vulcano, l’eruzione dell’Etna del 1983 occupa un posto davvero speciale: fu infatti il primo caso in Italia in cui si tentò un intervento di deviazione della colata lavica, e uno dei primi a livello mondiale. Una vera e propria sfida tra la potenza della natura e l’istinto di sopravvivenza dell’uomo che vuole difendere il proprio territorio, come farebbe qualsiasi altro animale.

L’episodio eruttivo divenne anche un simbolo della tenacia siciliana di fronte a un pericolo imminente, come sarebbe poi successo anche 9 anni fa con Saro Ruspa per l’eruzione dell’Etna del 1992.

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Leggendo questo articolo, intanto scoprirai le caratteristiche che hanno reso irripetibile l’eruzione dell’Etna del 1983 e come sono andate davvero le cose.

Trova un posto comodo per i prossimi minuti e concediti questa cronaca in differita dell’eruzione in cui l’uomo riuscì a fermare la lava dell’Etna.

Quando è iniziata l’Eruzione del 1983?

Erano le prime ore del 28 marzo quando si aprì una fenditura sul fianco del vulcano e cominciò l’eruzione dell’Etna del 1983, preceduta da una serie di scosse sismiche che interessarono la zona sommitale.

Dalla fenditura di 2 km che si era aperta tra quota 2350 metri e 2900 metri, iniziò a fuoriuscire un’abbondante colata di lava che, con una forza inarrestabile, iniziò a scendere lungo le pendici del vulcano distruggendo tutto quello che trovava sul suo cammino.

Mentre iniziava l’attività eruttiva sul fianco ad ovest della Valle del Bove, quella sismica diminuiva e il tremore vulcanico aumentava. Per ben 131 giorni la lava continuò a uscire da quella fenditura e fu caratterizzata da una costante e massiccia emissione di magma per un totale di cento milioni di metri cubi!

Si temeva chiaramente per i centri abitati sottostanti, primo tra tutti Nicolosi e la sua Pineta dei Monti Rossi, da dove ebbe origine l’eruzione del 1669, una delle colate tra le più distruttive del passato.

Ma capiamo meglio le caratteristiche dell’eruzione in questione e gli interventi umani che ne derivarono, continua a leggere.

Caratteristiche dell’Eruzione dell’Etna del 1983

L’eruzione dell’Etna del 1983 fu di tipo effusivo, ovvero caratterizzata dalla fuoriuscita di materia fluida con un fronte lavico che si allargò a ventaglio fino a raggiungere la larghezza di 1 km, formando lunghe colate.

A differenza delle eruzioni esplosive, che proiettano cenere e lapilli come in ogni parossismo dei più recenti, questa si manifestò con un fiume di fuoco a 1000 °C di temperatura, che avanzava in modo lento ma inesorabile.

Il fronte lavico raggiunse una velocità massima di circa 40 metri all’ora nei tratti più ripidi e la portata media fu stimata in circa 4 metri cubi al secondo, un volume che, accumulato nel tempo, portò alla formazione di un’imponente colata che si estese per chilometri.

Di fronte a questo scenario disastroso, con case, infrastrutture, coltivazioni e boschi rasi al suolo, la popolazione invocò l’aiuto delle autorità locali nonché di quelle nazionali, che infine si videro costrette a mettersi in moto nonostante non esistessero piani di intervento normativi legali (c’erano in ballo responsabilità civili e penali per eventuali danni a cose o persone arrecati da interventi artificiali sulla lava).

Continua a leggere per scoprire l’area in cui la lava dell’eruzione dell’Etna del 1983 fece più danni e l’epilogo dell’intervento di deviazione. 

L’area attraversata dall’Eruzione Etna 1983

La colata lavica, una volta uscita dalla fessura eruttiva, si diresse inizialmente verso sud, distruggendo il Piccolo Rifugio a quota 2500 metri e 8 piloni della Funivia dell’Etna, oltre alle stazioni di arrivo e partenza della sciovia, minacciando seriamente le strutture turistiche della zona.

A quota 2200 metri la colata si biforcò formando due fronti lavici, uno di 150 metri si diresse verso la Casa cantoniera, distruggendola in seguito, e l’altro di 50 metri verso il Rifugio Sapienza. La lava attraversò la strada provinciale 92 e distrusse la Caserma dei Carabinieri, arrivando ai 1700 metri.

grafico colata 1983 (INGV)

Foto presa in prestito dal sito https://www.ingv.it/

Una parte di colata si diresse anche verso il Ristorante Corsaro che fu dapprima incendiato, poi ricoperto e poi divelto dalle fondamenta.

Continuando nella sua inarrestabile corsa, la colata lavica raggiunse e superò Monte Manfrè e distrusse poi il Ristorante La Quercia (ricostruito poi con il nome Ristorante La Nuova Quercia).

Ma la minaccia più grande era quella nei confronti dei paesi di Nicolosi e Ragalna: il flusso, alimentato per mesi, si avvicinò pericolosamente alle prime case e ai centri abitati, suscitando grande preoccupazione tra la popolazione.

La colata, anche se talvolta sembrava rallentare in base alla minor pendenza del terreno, non accennava a concludere la sua opera di distruzione e a fine aprile distrusse anche la colonia dei Padri Salesiani Auxilium e interruppe anche una delle arterie di intervento, la strada della Milia.

La distruzione di boschi e terreni agricoli fu ingente, e il pericolo imminente era ormai la potenziale invasione dei centri abitati.

La tensione aumentava e serviva un’azione decisa e tempestiva da parte delle autorità!

Continua a leggere per scoprire esattamente come andò.

L’evoluzione dell’Eruzione e l’intervento di deviazione

Ai tempi dell’eruzione dell’Etna del 1983 ancora l’INGV non era stato fondato (si attese infatti fino al 1999 per la sua istituzione), quindi non c’era una raccolta di dati tale da monitorare l’evoluzione dell’evento.

Dopo settimane di eruzione e con il fronte lavico a pochi chilometri dalle prime case di Ragalna e Nicolosi, il 28 aprile la Commissione Grandi Rischi approvò il piano di intervento che prevedeva l’impiego di cariche esplosive.

L’esplosione delle cariche, avvenuta il 14 maggio alle 4 del mattino, avrebbe aperto dei varchi artificiali in cui incanalare la lava, cambiando così il suo percorso naturale e risparmiando i paesi a valle: fu il primo tentativo su larga scala di deviazione artificiale di una colata lavica in Italia.

Intervento colata 1983 (Il Vulcanico)

foto presa in prestito dal sito https://ilvulcanico.it/

L’intervento consistette in due fasi: prima si cercò di creare un canale artificiale con degli esplosivi per convogliare parte della lava in una zona non abitata; poi, attraverso la costruzione di grandi barriere in terra e roccia, si cercò di ostruire il canale di alimentazione principale.

L’uomo infine non riuscì a deviare completamente il flusso (infatti il braccio che ne fuoriuscì si fermò appena 500 metri dopo) e nei mesi successivi si dovette intervenire più volte alzando nuovi argini per tamponare i danni provocati dai trabocchi dei fianchi della colata.

L’eruzione infine si concluse completamente il 6 agosto del 1983, ma la sua lezione fu grande: si dimostrò che, in determinate circostanze, era possibile mitigare gli effetti devastanti di un’eruzione.